sabato 8 ottobre 2011

The Pusher: L'importanza di chiamarsi "negozio di dischi"

Il rapporto con i fornitori è di fondamentale importanza. Se puoi contare su qualcuno che sa di cosa hai bisogno a volte giocando in anticipo sulle tue necessità, il godimento sarà prolungato e assicurato. In questo panorama, lo spacciatore di dischi riveste quindi un ruolo quasi cruciale nella crescita della propria sensibilità musicale. Sicuramente stabilire il primo contatto non è semplice. Ricordo ancora con piacere, il primo approccio, agli inizi degli anni '90, ad un negozio di dischi. Ricordo la sensazione di smarrimento una volta varcata la soglia, con una voce nella testa che recitava :"ok, sei dentro, non fare quella faccia, fai finta di essere a tuo agio e chiudi la bocca!". Le piccole e paffute mani che sfogliavano nervosamente centinaia di copertine di CD e dei pochi vinili ancora in circolazione cercando disperatamente un nome, un'immagine conosciuta per potermi riscattare annuendo e assumendo in viso l'espressione tipica "eh.. bello questo! ce ne fossero ancora di album cosi..". E poi ad un tratto quella voce che squarciò il silenzio tra una traccia e l'altra del disco di sottofondo: << Hai bisogno di una mano? >>. No. Non ho bisogno di una mano a farmi prendere un' infarto. E poi posso farcela da solo. Ora perchè ho 13 anni non significa che sono stupido.. << Emh, si grazie stavo cercando la colonna sonora del film dei Blues Brothers.. >>. Il burbero e alto figuro mi scrutò per qualche istante prima di sentenziare << Mmm. Colonne sonore. Secondo scaffale a destra >>. Ancora oggi penso che tutto sommato come primo acquisto non fu' così male.
Crescendo poi conobbi altri spacciatori, ognuno con le sue fissazioni e con i suoi modi di fare, grazie ai quali posso dire di aver imparato delle lezioni importanti, tipo cosa significa amare un disco o un artista al punto tale da sentire il bisogno viscerale di dirlo a più persone possibili oppure la felicità di sentirsi parte di qualcosa, di una comunità di pazzi con le mani bucate, capace di emozionarsi davanti all'ultimo disco di Peter Gabriel.

Ed ora? L'avvento del digitale ha indubbiamente cambiato il modo di fruire la musica nell'ultima decade. Il tanto compianto Steve Jobs è riuscito ad attuare una rivoluzione senza precedenti nel campo della discografia. Raccogliendo l'eredità di tanti altri precedenti pionieri, non ha solo creato un supporto con un design e delle funzioni indubbiamente all'avanguardia, ha instillato nella gente l'idea che quello sarebbe stato il futuro da li a pochi anni. Chiaramente ci prese, o forse è meglio dire che riuscì a trainare tutti verso la sua visione dato che anche chi ostinatamente decise di non acquistare prodotti Apple, si trovò un lettore MP3 in tasca. Ma questa fu solo una parte del piano, indubbiamente la più faticosa a mio avviso. Già perché fra la massa di futuristi che chiedevano a gran voce un cambiamento e The Pirate Bay che faceva quel che poteva per accontentare la mole di affamati di musica, convincere anche i discografici che il futuro era ormai diventato presente fu un gioco da ragazzi. Ora abbiamo centinaia fra piattaforme e store on-line che vendono in formato digitale album o singole canzoni a cifre finalmente ragionevoli e direttamente fruibili sul proprio supporto, oppure, per i nostalgici dell'alta fedeltà, vasti cataloghi di album in CD e vinile, in grado di arrivare a destinazione in pochi giorni.
Tutto questo per un appassionato di musica come me è assolutamente meraviglioso ma, come la storia ci ha insegnato, ogni rivoluzione ha un prezzo. Chi ne paga le spese infatti sono i nostri amati spacciatori, che riescono a stento a sopravvivere grazie a chi ancora crede che entrando in un negozio di dischi, non si riporta a casa solo un oggetto del desiderio ma molto, molto di più.

Per la foto si ringrazia castle79

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